Il 24 aprile 1983 il salone di Radio Stereo Carnia a Tolmezzo si riempì di scarpetz. 45 donne della Carnia avevano portato 145 paia di calzature fatte a mano nella sede della radio. Una giuria di 19 persone le aveva esaminate una per una, scheda alla mano. Luciano Romano conduceva la diretta, Cesare Gobbo era in regia. Quello che si ascolta in questa registrazione è la premiazione di un concorso che Jole De Crignis aveva lanciato il 21 ottobre 1982 e che per la prima volta portava gli scarpetz fuori dalle case e dalle cucine, sotto i riflettori dei mass media, non solo locali. Nessuno in studio sapeva chi avesse vinto: i lavori erano identificati solo da un numero.
Il concorso fu ideato da Jole De Crignis, che coordinava i programmi e le iniziative culturali di Radio Stereo Carnia. Jole era il motore delle attività della radio che andavano oltre la trasmissione: organizzava i concorsi, gestiva i rapporti con i partecipanti e le istituzioni, curava i conteggi insieme a Patrizia Candido. Era stata lei a inventare anche il concorso della lana e le coperte solidali. Cesare Gobbo fondava e dirigeva, Luciano Romano conduceva e scriveva, ma era Jole che trasformava le idee in e20 concreti.
Il bando partì il 21 ottobre 1982: le partecipanti dovevano portare i loro scarpetz nella sede della radio in via Ermacora 6 a Tolmezzo. Arrivarono 145 elaborati da 45 concorrenti, da tutti i comuni della Carnia: da Sutrio a Paularo, da Sauris a Forni Avoltri, da Illegio a Forni di Sopra. La concorrente più anziana era Virginia Della Pietra di Tolmezzo, 83 anni. Subito dopo Eva Di Qual di Givigliana di Rigolato, 81 anni.
Gli scarpetz furono suddivisi in 5 categorie previste dal bando: ricamati da donna, senza ricamo da donna, ricamati da uomo, senza ricamo da uomo e da bambino. Nel corso del concorso arrivarono anche scarpetz da lavoro, fatti senza velluto con la tecnica antica del riciclo. Romano decise di inserirli nella categoria da uomo, considerandoli l'espressione più genuina della tradizione carnica.
I lavori furono esposti in una mostra allestita nel salone della radio da Beppi Agostinis, vetrinista e amico della radio. Lui e il figlio si occupavano anche della distribuzione degli adesivi di Radio Stereo Carnia in tutta la Carnia. La stessa mostra fu poi portata alla fiera di Socchieve, dove la videro 13.000 visitatori. Romano osservò che la sede della radio stava diventando troppo piccola per tutte le iniziative che Jole organizzava.
La giuria era composta da 19 persone provenienti da paesi diversi della Carnia. Ogni giurato lavorò per conto proprio compilando una scheda con voti su più criteri, inclusa l'originalità. Nessuno sapeva a chi corrispondessero i numeri. I conteggi furono fatti da Patrizia Candido e Jole De Crignis, e verificati personalmente dal presidente della giuria.
Presidente: Rossiti Giobata, presidente della Mostra Permanente dell'Artigianato Carnico di Tolmezzo.
Giurati: Rina De Crignis (Ravascletto), Candido Alidè (Tolmezzo), Pellegrina Anita (Rigolato), Vilma D'Anna (Cavazzo Carnico), Ortis Gina (Paluzza), Vicentini Maria (Ovaro), Poiazzi Franca (Verzegnis), Pittino Teresa (Sutrio), Gemma Nodale (Sutrio), Somma Clelia in Giarle (Arta), Gortan Rachele (Paularo), Petris Agnese (Sauris), Vidal Gina (Forni Avoltri), Damiani Lauretta (Lauco), Cella Maria (Forni di Sopra), Puicher Maris (Raveo), Giovanna Zannier (Treppo Carnico) e il sindaco di Sutrio Giacomo Pittino.
Il sindaco Pittino si presentò alla premiazione con gli scarpetz ai piedi. Quando Romano glielo fece notare davanti al microfono, Pittino rispose:
"Bhè, a si è abituâts. A no fàs diferençja, né la miserie né la grandeče."
Traduzione: Beh, ci si è abituati. Non fa differenza, né la miseria né la grandezza.
Prima della premiazione, Luciano Romano chiamò al microfono una giovane ragazza. Ketty Zannier, 12 anni, della prima media di Rigolato. La sua voce era già passata dai microfoni di Radio Stereo Carnia durante il programma "La Carnia". Le fu consegnata una poesia in carnico di Dante Florit, scritta apposta per il concorso, e la lesse davanti a tutti nel salone. La trascrizione cerca di rispettare la fonetica della zona, diversa dal friulano standard.
Romano commentò dopo la lettura: "È più difficile leggere il friulano dell'italiano, anche per noi friulani: strano ma vero." Una frase che dice molto su cosa stava succedendo alla lingua carnica già negli anni Ottanta.
Ecco il testo integrale della poesia, così come recitata da Ketty Zannier nell'audio della premiazione:
Trascrizione fonetica
I scarpetz
di Dante FloritI scarpetz.
Par chei viecius zà un pôc in là cun l'etât, a no son novitât.
Durant la lor zoventût, i lor pîs a no han vedût altri che dalmìnos e scarpetz.
Tant par lavorâ che par lâ a mèsse, come par lâ a balâ e tant como par lâ a morosà.
Cidìns cidìns sui lor pîs fatiâts, a rivavin dapardut cence jessi avvertîts, cence jessi sintûts.
Parcè ancje i prâts, sentîrs e parcors, tant in plan che su pe scjales, cuant che il diaul a rivave prime che la fieste si sieras.
Confezionâts da cjâf a pît da chestis puarîs feminis che strapongjevin la soleta, puartant il jei su la schene plene di legne e di ledan, sbregolansi dut un an.
Abituades a nò sentî fastidi mentri l'omp al ere a vore e a guadagnâ un tòc di pan su pai monts o in Baviere.
A no è nuie da invidiâ a chestis cjalçaduris dal dì di uê, tant di lusso e tant costosis, che no son plui che mute aparence.
Ducj, dal plui puari al plui sior, a puartavin i scarpetz, ancje il predi ju puartave cence vergogne e cence fâ scrupui.
Nomo chi cal ha avût in timp di cjaminà cui pîs tai scarpetz, al podarà fâ un ver judizi fra lor e il dì di uê.
I fâs a ducj un augurio che la serenità, la pâs, la quiete e l'alegrie da l'era dai scarpetz, a torni a regalâ a la zoventût e a la int di uê, ancje se sot ai lor pîs an scjarpes o stivalets.
Traduzione: Per i vecchi, già un po' avanti con l'età, non erano una novità. Durante la loro gioventù, i loro piedi non hanno visto altro che zoccoli e scarpetz. Sia per lavorare che per andare a messa, sia per ballare che per corteggiare. Piano piano, sui loro piedi affaticati, arrivavano dappertutto senza farsi vedere, senza farsi sentire. Perché anche i prati, i sentieri e le strade, sia in piano che su per i pendii, li hanno portati lontano, quando il diavolo arrivava prima che la festa si chiudesse. Confezionati da capo a piedi da queste povere donne che cucivano la soletta, portando il peso sulla schiena piena di legna e di letame, sgobbando tutto l'anno. Abituate a non badare ai fastidi, mentre l'uomo era al lavoro a guadagnare un pezzo di pane sui monti o in Baviera. Non c'è nulla da invidiare a queste calzature di oggi, tanto lussuose e tanto costose, che non sono altro che mute apparenze. Tutti, dal più povero al più ricco, portavano gli scarpetz; anche il prete li portava senza vergognarsene, senza farsene scrupolo. Solo chi ha avuto il tempo di camminare con i piedi negli scarpetz potrà esprimere un vero giudizio tra quel tempo e il giorno d'oggi. E fare a tutti un augurio: che la serenità, la pace, la quiete e l'allegria dell'epoca degli scarpetz tornino a regalare la gioventù alla gente di oggi, anche se sotto i loro piedi ora ci sono scarpe o stivaletti.
Alle 15:08 Luciano Romano aprì il collegamento dal salone: "Ci colleghiamo col salone delle feste di Radio Stereo Carnia per la premiazione del concorso degli scarpetz." Annamaria Cappello consegnava a ogni concorrente una copia del suo libro di poesie.
Romano chiamò una per una le concorrenti per consegnare i premi di partecipazione. Eva Di Qual di Givigliana di Rigolato aveva 81 anni e aveva salito tutti i gradini per arrivare al salone della radio. Romano la fermò al microfono:
"Signora, lei ha 80 anni, no mi pare? 83! Venga un momento qui. Per due motivi: per l'età che ha, e soprattutto perché è riuscita ad arrivare fino a qui, sono diversi gradini. Ha fatto fatica?"
Eva Di Qual rispose con calma: "Abbastanza... un po' alla volta." Romano le chiese quanto avesse impiegato per fare gli scarpetz. "Un po' alla volta... qualche mesetto." Poi, con un sorriso, lei aggiunse: "No i è de concurs, i è di miserie."
Poi vennero i risultati. Romano aprì le buste con i numeri dei vincitori. Nessuno in studio sapeva ancora chi avesse vinto, perché i lavori erano anonimi:
"Ecco, questo per dimostrarvi che assolutamente noi non sapevamo neanche chi fossero. Conosciamo solo dei numeri e vediamo adesso chi sono le signore che hanno vinto."
| Categoria | Vincitrice | Provenienza | N. | Punti |
|---|---|---|---|---|
| Donna con ricamo | Ferigo Melania | Paularo | 48 | 361 |
| Donna senza ricamo | Moro Maria | Sutrio | 98 | 312 |
| Da bambino | Rina Linussio | Paularo | 123 | 333 |
| Uomo con ricamo | Carnelutti Renata | Forni di Sopra | 32 | 359 |
| Uomo senza ricamo | Moro Maria | Sutrio | 91 | 258 |
Romano si avvicinò con il microfono a Maria Moro, che si schermì:
"No, no crodevi, masim qualche scarpetz di miserie, no crodevi."
Traduzione: No, non credevo, sono solo qualche scarpet della miseria, non credevo.
Romano rise: "Allora han premiato i scarpetz da miserie!" Maria spiegò che la madre le aveva insegnato il mestiere. Era sarta da sempre, cinquant'anni. Faceva gli scarpetz con pezze riciclate, seguendo la tecnica antica: la madre tagliava, lei cuciva le tomaie a macchina fin da bambina. L'interno veniva rivestito con il tessuto buono e cucito in modo che non si vedesse, così da poter togliere il velluto e riusarlo. Il marito ne consumava almeno sei paia all'anno per il lavoro.
"Simpri, parcè che jò i ai fat la sartore simpri. E allora mê mari tajave i scarpetz e a mi dave da cusì las stomeras."
Traduzione: Sempre, perché ho fatto la sarta tutta la vita. E allora mia madre tagliava gli scarpetz e mi dava da cucire le tomaie.
Gli "scarpetz da miserie" non erano un'umiliazione. Erano l'opposto: la dimostrazione che le donne carniche avevano trasformato la necessità in arte. Non avevano stoffa, e allora usavano i ritagli dei vestiti vecchi. Non avevano suole, e allora cucivano strati di pezze fino a renderli solidi. Chiamarli "da miserie" era un modo per dire: li ho fatti con niente, e guardate cosa sono diventati.
Il concorso non fu solo una gara. Fu un'occasione per ragionare davanti al microfono sul valore degli scarpetz, e su cosa rischiava di andare perduto.
Rossiti Giobata, presidente della giuria, disse di aver trovato notevole la qualità dei lavori. Propose che le donne insegnassero alle figlie a fare gli scarpetz e che li portassero nel corredo da sposa. Aggiunse, con una punta di ironia:
"Anche questo aggeggio è una cosa che al marito potrebbe servire. Può servire per andare in gita, in ufficio... per andare a ballare, mi aggiunge una signora qua."
Domenico Molfetta, assessore alla cultura della Comunità Montana della Carnia e consigliere e vicesindaco di Sutrio, andò oltre:
"Lo scarpet oltre che essere una calzatura ha un grande significato culturale. In contrapposizione a quella che è la politica di oggi, la politica dello spreco, mette in risalto come le nostre donne sapessero utilizzare tutto. Potrei dire che gli scarpetz per noi sono culturalmente validi come una sinfonia di Beethoven."
Beppi Agostinis, vetrinista, raccontò di girare per Udine in scarpetz dalla primavera all'autunno:
"È un camminare sano, è un camminare che si vola."
Luciano Romano propose di mettere in contatto le concorrenti con l'Ente Mostra Permanente per la vendita: "C'è domanda e non si trovano." Rossiti confermò che le richieste erano tante e invitò le signore a produrre per il mercato. Erano le premesse di quello che sarebbe successo tre anni dopo.
Un dettaglio: nel mezzo della premiazione, Aldo Giorgi interruppe la diretta per dare i risultati del Totocalcio dallo studio. La radio andava avanti anche durante gli e20. Poi Giorgi chiuse il collegamento dal salone ammettendo candidamente di aver ritirato una coppa per conto di una signora di Arta Terme assente:
"Gli scarpetz io direttamente non so neanche da che parte si comincia a costruirli, a farli."
Prima del concorso di Jole De Crignis gli scarpetz erano ai piedi della gente, nelle case, nelle cucine della Carnia. Nessuno li aveva mai messi al centro dell'attenzione, esposti in una mostra, valutati da una giuria, premiati con una coppa. Dopo il concorso sono finiti alla fiera di Socchieve davanti a 13.000 persone, poi nel negozio di Deda Meriggi a Milano Brera, poi ai piedi di Dolce & Gabbana e Giorgio Armani. Jole De Crignis non poteva sapere dove sarebbero arrivati. Ma è stata lei a metterli sotto i riflettori.
3 anni dopo il concorso, nel 1986, Deda Meriggi della Calzoleria Lombarda di Udine registrò il marchio "Scarpèt-à-Porter" e aprì un negozio a Milano Brera. Gli scarpetz carnici, quelli fatti a mano dalle donne come Maria Moro e le altre 44 concorrenti, erano diventati un oggetto di moda.
Novella Del Fabbro di Forni Avoltri, concorrente di questo concorso, collegò le due esperienze nel suo articolo "Scarpez a Porter" pubblicato su Friuli nel Mondo (n. 434, dicembre 1990). Nell'articolo ricorda la coppa vinta dalla madre con la targhetta "Radio Stereo Carnia 1983 Concorso dello scarpet 2° classificata", conservata su una vecchia credenza nel suo paese in Carnia.
Potrebbe essere stato proprio questo concorso ad aver fatto conoscere queste calzature tipiche alla moda globale e ai grandi marchi?
L'articolo di Novella Del Fabbro pubblicato su Friuli nel Mondo (n. 434, dicembre 1990) racconta la storia degli scarpetz dalla tradizione carnica al negozio di Milano Brera, e ricorda la coppa del concorso di Radio Stereo Carnia del 1983. Leggi il numero su Friuli nel Mondo →
Alcea Nodale (Sutrio), Iris Damiani (Tolmezzo), Domenica Gismanno (Esemon di Raveo), Gina Agostinis (Paluzza), Rina Linussio (Paularo), Mazzolini Servilia (Lovea), Gina Rossitti (Trava di Lauco), Anna Michieli (Cavazzo Carnico), Sara Carnielutti (Piano d'Arta), Lucia Stefani (Prato Carnico), Virginia Della Pietra (Tolmezzo, 83 anni), Teresina Gortana (Givigliana di Rigolato), Graziella Mentil, Carolina Puppis (Salino di Paularo), Ermogene Radina (Piano d'Arta), Giuditta Di Qual (Tolmezzo), Eva Di Qual (Givigliana di Rigolato, 81 anni), Marcella Dorotea (Sutrio), Novella Del Fabbro (Forni Avoltri), Speranza Plazzotta (Treppo Carnico), Elena Bitussi (Ravascletto), Melania Ferigo (Paularo), Marcellina Di Qual (Givigliana di Rigolato), Isolina Plosner (Sauris), Milena Della Martina (Givigliana), Cristina Gortana (Givigliana), Adriana Da Pozzo (Ravascletto), Giovanna Lozza (Forni di Sopra), Renata De Santa Carnielutti (Forni di Sopra), Silvana De Santa (Forni di Sopra), Francesca Rossi (Piano d'Arta), Adele Bubisutti (Illegio), Costanza Corva (Ovaro), Maddalena Boria (Verzegnis), Giustina Rigoni (Illegio), Maria Nodale (Sutrio), Liliana Adami, Anna Zannier (Rivo di Paluzza), Dorigo Pierina (Tolmezzo), Della Schiava Esterina (Arta Terme), Maria Rossi (Piano d'Arta), Rosilda Gortana (Givigliana), Edda Scarsini (Illegio), Zina Damiani, Elia Cella Maria (Forni di Sopra), Marisa Puicher (Raveo), Giovanna Zannier (Treppo Carnico), Moro Maria (Sutrio).
| Nome ufficiale | Concorso scarpet |
| Organizzatore | Radio Stereo Carnia (Radio Carnia Srl) |
| Ideatrice | Jole De Crignis |
| Presentatore | Luciano Romano |
| Lancio | 21 ottobre 1982 |
| Premiazione | 24 aprile 1983 |
| Elaborati | 145 |
| Concorrenti | 45 |
| Categorie | 5 (ricamati donna, senza ricamo donna, ricamati uomo, senza ricamo uomo, bambino) |
| Giurati | 19 |
| Presidente giuria | Rossiti Giobata (presidente Mostra Permanente Artigianato Carnico) |
| Mostra | Sede RSC Tolmezzo + Fiera di Socchieve (13.000 visitatori) |
Il friulano carnico è caratterizzato da una fortissima frammentazione: ogni vallata e spesso ogni singola frazione possiede varianti fonetiche e lessicali proprie. La trascrizione qui riportata cerca di rispettare fedelmente la fonetica della zona, pur consapevoli che la grafia può variare rispetto al friulano standard.